Vigneti di Glicine.

20060423_163_07 Glicine di via Pagano 12
Milano sta sfoderando il suo miglior autunno nella speranza di convincermi a non migrare. Fingo di esserci cascata insieme a due passerotti, un merlo e qualche zanzara, ma in realtà continuo a chiederle cose impossibili per intenerirmi a guardarla, mentre si reinventa per cercare di soddisfarmi. E si arrabatta a srotolare tappeti rossi di leggende cittadine che per un attimo ci si dimentica dei briganti e ci si dirige ad urlare “Valerio” varcando la soglia di Parco Sempione. E’ riuscita inspiegabilmente a trasformare i glicini in viti e a mettere uffici nei pioppi di lamiera e di vetro a basso impatto ambientale. Mi ha dato boschi verticali senza cimiteri di paese nel mezzo, ma che occupano poco spazio e quindi gli alberi sono ben potati. Si è persino ammantata dei tuoi toni scompigliati e castani con l’aiuto di alberi dalla zazzera bruna. Sorrido invocando scioperi di parrucchieri da qui alla prima neve.

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Epilogo di un mosaico.

©Gianluca Lattuada

©Gianluca Lattuada

Sei venuta come viene la neve, come la carezza inaspettata che ti capita in una giornata ostile. Sei venuta in una sera che puzzava di alcol e di noia, che puzzavo di alcol e di noia. Ti nascondevi dietro le spalle di un signor nessuno domiciliato a Milano, a cui avevo chiesto agganci per dividere l`affitto del mio futuro trilocale/monogabinetto/doppiosalasso in città studi. Avevi occhi neri e un numero di telefono inspiegabilmente facile da ricordare.

Il primo anno, sovraffollato, passa fumando sigarette in bagno a studiare i tratti somatici del tuo spazzolino da denti. Spruzzavo il tuo profumo nell’aria, qualche volta, e infilavo il naso nella nuvola di altamoda vaporizzata. Ed era come cercare di risolvere l’enigma della Sfinge da lontano, senza interpellarla, attraverso la polvere portata dal Grecale. Cosi rimanevi perfetta, nella bolgia degli esordi d’indipendenza. Continua a leggere

Lezioni di Poesia. Esercizio 2. I multipli del Maestrale.

Abrogata, forse mai neanche davvero entrata in vigore, l’idea di avere libretti d’istruzioni per tutto, c’è da riconoscere, però, che la sua eventuale applicazione avrebbe reso le cose più facili. Ci saremmo trovati con seratenottate stile ikea, tirate su a regola d’arte, sulle quali ci saremmo persino potuti appoggiare, tanto le avrebbero rette i fisher a muro.

Per fortuna, invece, abbiamo a disposizione norme in bianco, cioè quelle generali, dove l`interpretazione spazia in un pascolo recintato e noi ritorniamo consapevoli della bellezza degli occhi.

I multipli dei maestrale.

Hai occhi che negano.

Sono inciampi in dislivelli nati nascosti nei bordi degli occhiali.

Sono alberi che cadono senza rumore in mezzo al bosco.

Sono coccio affilato contro il piede nudo e ingenuo di spiaggia. Continua a leggere

Nemmeno Hemingway può evitare i pescecani.

Santiago “era decisamente e definitivamente salao”; incarnava, cioè, la peggiore delle sfortune. Aveva deciso di andare per mare, troppo vecchio, con una barca troppo piccola, armato di gaffa e fiocina malmesse. Faceva il pescatore, ma non prendeva pesci. Se mi si concede di trasportare il personaggio di Hemingway in un contesto dove i termini “iattura” e “superstizione” non vengono contemplati dal vocabolario, più che di malaugurato si parlerebbe di malattrezzato. Chiunque, con un briciolo di raziocinio, avrebbe abbandonato l`impresa e si sarebbe dato al giardinaggio. Ma il caro vecchio Ernesto racconta di quel piccolo spiraglio di mondo sottratto alla tirannia della logica, l`universo parallelo che fa risiedere l`agire nella passione, non nel dovere. E se proprio si vuol continuare la parafrasi in questi termini, l`imbarcarsi del canuto marinaio era una sfida nei confronti dei codardi che da terra lo salutavano con un matantononcelafarà. Ma tanto lui non li ascoltava più. Che gli fregava, era un passionale. D’altronde, Bush non sarebbe Bush se Cristoforo Colombo avesse dato retta ai pavidi, in un`altra storia. Continua a leggere

Oceano Mare. Alessandro Baricco.

Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare – il mare – nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord. La spiaggia. E il mare.

Potrebbe essere la perfezione – immagine per occhi divini – mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità – verità – ma ancora una volta è il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.

Il cavalletto è ancorato con corde sottili a quattro sassi posati nella sabbia. Oscilla impercettibilmente al vento che sempre soffia da nord. L’uomo porta alti stivali e una grande giacca da pescatore. Sta in piedi, di fronte al mare, rigirando tra le dita un pennello sottile. Sul cavalletto, una tela. Continua a leggere

Diventeremmo giovani anzitempo, comunque.

Datemi un ladro, un treno, un papa e un nuovo sogno. Il destino è un macumbeiro con pantaloni larghi e aria frivola, in cerca di pretesti per palesarsi. Ti trovo in una città che non si vergogna di mostrare i mattoni, nuda, quasi in protesta. La contestazione ha il nostro appoggio, siamo benvoluti all`interno di mura che srotolano tappeti di sanpietrini laici, come solo nelle grandi occasioni. Le parole camminano più veloci di noi, che inciampiamo nei dettagli degli scorci, lungo paesaggi innatamente familiari. Siamo orfani di terra a chiedere asilo l`uno nell`altra. A chieder riparo ai gradini delle porte, riparo da cosa che non piove neanche, forse da noi stessi, o forse nemmeno, altrimenti non ti starei così vicina. Mi accusi di rinnegarti, tu, che dici che finchè gli anni non pesano ci si può concedere anche la fatica di essere coerenti. Vengo assolta dalle tue labbra, senza nemmeno che il processo abbia inizio. Faranno ricorso, marceranno su Roma. Ma i franchi tiratori sorridono, di un sorriso pretestuoso, frivolo. Forse dovevamo accorgercene lì, era quello il “palesarsi”. Continua a leggere

Amplessi di primavere.

Stasera eri sciolta come il bel tempo. I capelli mossi come le frasche. Ci siamo riappropriate insieme degli spazi aperti, come nativi metropolitani in una Milano Madre Terra. Abbiamo una balconata per prateria, recintata in ferro battuto turchese; ce la facciamo bastare o semplicemente ci basta. Mi sono permessa di prenotarci un tavolo all`esterno, ma chère, il nostro esterno, cointestato, cofinanziato, sequestrato fino ad oggi da militanti invernali in un blitz antifelicità. Quando l`ho rivendicato, stamani, ho mostrato loro il mio dissenso civile spegnendo il termostato e ho riciclato gli alberi che riportavano notizie sul rincaro del gas. Continua a leggere

Lezioni di Poesia. Esercizio 1. La Via Facile.

Le prime lezioni di politica le ho avute da mio padre, da mio nonno e dai CCCP. La politica ha il suo periodo nefasto oggi, oggi che mio padre mi dà lezioni di vita e mio nonno e i CCCP non ci sono più. Oggi servono altre lezioni, altre materie per farci ricordare che siamo esseri umani e non macchine ed, in quanto tali, difensori del diritto all`emozione. Spiano la strada ai consensi con un vecchio e competente maestro, prima di un goffo e virginale approccio a Sua Signora Poesia.

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Specto ergo sum.

Mi avevi promesso che non mi avrebbero presa. Che in qualche modo li avrei fottuti come quando si fottevano i medici del servizio militare per scampare alla leva obbligatoria. Mi avevi promesso che non si sarebbero presi i miei sorrisi, le manciate di grazie e le brioches al mattino. In questo oceano di cinismo e d’ingovernabilità sono riuscita a sgusciar via dagli ami dei pescatori di consensi. Mi sono divincolata anche da te che non stavi sulla tonnara di chi ci cerca, ma su una bagnarola romantica e decadente dalla quale mi davi, in regime di monopolio, tutto ciò di cui avevo bisogno, mi toglievi dai mari aperti e dai territori di caccia e mi schiaffavi al sicuro di un acquario, insieme agli altri pesci “salvati” da quei rottinculo di Green Peace. Ed io ci stavo volentieri, perché altrove ci sono i sonar che disorientano e fanno arenare sulle spiagge dei paradisi fiscali, ci sono i cadaveri degli Icaro odierni, ci sono i fiumi con la cocaina e le bombe inesplose del dopoguerrafredda. Che girovagare nel flusso dell’acqua depurata, avanzando saltuarie richieste di cibo, creava una dipendenza neanche troppo difficile da soddisfare. E più che di dipendenza parlerei di “debolezza”, in cui latita la giustificazione che crea il secondo lato della medaglia (che nessuno vede o che nessuno vuole vedere), il lato più umano dell’amore e, proprio per questo, anche il più egoista. Perché, come dicevo, ci stavo volentieri, avvolta nel saldo e inevitabilmente piacevole “appartenere a qualcuno”.

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Pastorale americana. Philip Roth.

“Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse 15 centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno, con i cingoli e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato.  La capisci male prima d’incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontrerai; la capisci male mentre sei con lei, e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci.  Continua a leggere